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Guaina elasto-compressiva e taping linfatico dopo riabilitazione dell’arto superiore

01-07-2015 – scritto da Carla Puletti e Stella Maris Glowinski

I benefici della compressione elastica sulla circolazione linfatica in caso di linfedema degli arti superiori.

Importante la compressione giusta per il tipo di edema che presenta l’arto.

Un trattamento fisico combinato per il linfedema all’arto superiore consente, nell’arco di due settimane circa, di raggiungere l’obiettivo della prescrizione del manicotto elastico o guaina contenitiva per il mantenimento dei risultati ottenuti.

Se si è di fronte a gravi fenomeni fibrosclerotici soprafasciali, che in alcuni casi si instaurano in determinate regioni dell’arto a seguito di linfangiti ricorrenti, con presenza di una o più pieghe cutanee e sottocutanee e non è più possibile indossare l’indumento, è consigliabile ricorrere all’aiuto della chirurgia plastica riduttiva che spesso rifornisce il completamento del trattamento con piena ripresa della funzione dell’arto e dell’uso del bracciale.

La guaina elasto-compressiva è un presidio terapeutico che ha la funzione di controllare e “rallentare” l’evoluzione del linfedema, aumentando la pressione degli strati tissutali superficiali e profondi favorendo il ritorno veno-linfatico. Un buon tutore elastico, orientativamente, presenta una compressione massima al polso, intermedia al gomito e minima o nulla alla radice del braccio. Questa azione “statica” viene vista nella dinamica dell’arto: durante i movimenti quotidiani del braccio si ha una contrazione e decontrazione delle masse muscolari, questa variazione di volume si ripercuote sul manicotto che dall’esterno esercita la sua pressione costante favorendo la circolazione linfatica per tutto il tempo che viene portato dal paziente.

Perciò, grazie alla caratteristica di elevata estensibilità della guaina, la stessa comprime, lavora e funzionerà meglio sul circolo veno-linfatico, quando il paziente muove l’arto, mentre vengono meno tollerati con l’arto immobile (viene sconsigliato indossarlo di notte o quando si riposa), in virtù della sua elevata compressione di riposo.

Inoltre, ricordiamo che la compressione elastica sulla circolazione linfatica si rivolge prevalentemente ai primi strati cutanei-sottocutanei (sede dell’80% circa della rete linfatica, che è principalmente soprafasciale).

Importante ricordare che il manicotto elastico ha anche un importante ruolo protettivo sulla cute dell’arto edematoso, spesso distrofica e a rischio di infezioni quali l’erisipela e la linfangite.

 

Il manicotto viene prescritto dal medico o dal fisioterapista una volta ottenuto la riduzione in centimetri dell’arto con l’esecuzione del DLM, bendaggio multicomponente, linfotaping e pressoterapia sequenziale. Può essere modello “standard”, quando l’arto non presenta un linfedema troppo rilevante, oppure “su misura” per l’arto con dimensioni giganti, importante la compressione giusta per il tipo di edema che presenta l’arto. Di prendere le misure dell’arto per segnare il manicotto modello “standard”, si occuperà direttamente il medico o il fisioterapista, altrimenti sarà premura del personale qualificato presente nella sanitaria.

Per la prescrizione del manicotto “su misura” è fondamentale calcolare con precisione tutti i punti di repere, e con un centimetro prendere la circonferenza dell’arto. Se per caso si fa un errore di misurazione si rischia di creare una compressione maggiore o nessuna compressione in quella zona. Inoltre una compressione troppo forte del manicotto all’altezza del polso potrebbe comportare un gonfiore sul dorso della mano e talvolta anche sul palmo della mano, con il rischio di far cronicizzare l’edema se non viene drenato. Non solo, se si esercitata una pressione sbagliata sulle vie linfatiche interrotte, si possono creare ulteriore danni in quanto il manicotto diventa un laccio emostatico e il carico linfatico, (proteine, essudati, tossine, cellule morte, ecc.) rimane bloccato nell’arto; inoltre, si potrebbe verificare una compressione del nervo mediano causando ipoestesia delle dita della mano e scarsa sensibilità.

Il manicotto può essere sostenuto alla radice dell’arto da un supporto di silicone oppure da una morbida spallina che abbraccia l’articolazione scapolo omerale proseguendo poi con una fettuccia elastica che passa sotto il seno controlaterale. Quest’ultimo è sicuramente poco estetico e pratico, ma molto importante per le pazienti con linfoadenectomia e con linfedemi organizzati e fibrosi.

 

Per l’applicazione del manicotto esistono delle regole pratiche che dovrebbero essere rispettate:

  • deve essere indossato agevolmente
  • dovrebbero contenere cotone frammisto alle fibre elastiche per consentire la traspirazione cutanea, specialmente nel periodo estivo
  • nell’indossare l’indumento vanno preventivamente tolti eventuali anelli e braccialetti che potrebbero sfilare alcune maglie del bracciale stesso
  • deve adattarsi bene alle dimensioni dell’arto
  • il bracciale dovrebbe essere cambiato quotidianamente, specialmente d’estate, per motivi igienici
  • andrebbe lavato a mano ed asciugato al sole o all’aria
  • nel rilevare le misure occorre avere molta attenzione, specialmente nei prodotti “su misura”, perché il bracciale ha un costo che molto spesso è a totale carico del paziente
  • il bracciale può essere indossato anche a scopo preventivo, negli stadi preclinici, soprattutto in previsione di lunghi viaggi in auto, in aereo, o in previsione di sforzi muscolari

 

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Insieme al manicotto, se necessario, si può applicare un taping linfatico per favorire ulteriormente l’eliminazione dei liquidi. Il taping ha un’azione biomeccanica, applicato sulla cute senza compressione, crea un movimento ad onde stimolando e alzando la cute stessa favorendo il drenaggio della linfa verso le anastomosi linfatiche della regione ascellare controlaterale.

Il manicotto elastico a volte può risultare per il paziente una problematica psicologica, sociale ed economica, motivi per i quali molto spesso la contenzione elastica viene mal tollerata oppure usata saltuariamente o abbandonata (“si vede”, “è brutta”, “è troppo costosa”, “mi fa caldo”, “è difficile da mettere e togliere” ecc.). Il compito del fisioterapista è cercare di spiegare in modo chiaro il vantaggio di questo supporto e quali siano le conseguenze della mancata adesione alla proposta terapeutica: l’edema si può ripresentare, essendo l’affezione del paziente di carattere cronico. Sarà poi il paziente a decidere se seguire l’indicazione oppure no, ma quando ritornerà dal terapista per fare un ciclo di drenaggio linfatico e il risultato ottenuto non è quello desiderato, il terapista stesso farà notare alla paziente che, non portando il manicotto, non ha avuto il massimo dalla terapia.

Per ottenere una buona riuscita nel trattamento del linfedema, il drenaggio linfatico, il bendaggio, il linfo taping ed il manicotto come mantenimento, devono essere tutti un complemento che messi assieme danno il risultato migliore per la paziente.

 

Mft. Stella Maris Glowinski; Ft. Carla Puletti

La riabilitazione fisio-psico-oncologica dopo il cancro al seno

Tecniche di riabilitazione per l’incapsulamento e l’asimmetria dell’impianto protesico mammario.

L’importanza della fisioterapia precoce post intervento per la simmetria del seno e la mobilità della capsula mammaria.

La chirurgia ricostruttiva fa in modo, ogni giorno di più, che la donna con un carcinoma mammario possa percepire il suo seno con una forma e consistenza quasi uguale all’altro, e questo grazie alle nuove esperienze nel campo della ricostruzione della capsula mammaria.

 

Ricostruzione della capsula mammaria con il trapianto di grasso autologo

La tecnica avanzata del trapianto di grasso autologo (TGA) permette, dopo una mastectomia o una quadrantectomia, che si possa impiantare il grasso della paziente stessa. Il grasso viene tolto dalle cosce o dall’addome e viene iniettato sulla regione toracica (solco mammario, sopra il muscolo pettorale) per:

  • Ricreare la capsula mammaria laddove non si possa inserire una protesi mammaria
  • Correggere gli inestetismi dopo l’intervento, laddove l’impianto presenti avvallamenti cutanei

Il trattamento viene eseguito in varie fasi, tenendo conto delle condizioni della paziente e calcolando il rischio di insorgenze di metastasi o recidive, in modo tale che l’iniezione di piastrine e plasma contenute nell’adipe, non presenti rischi per la paziente.

La tecnica del TGA è stata studiata e perfezionata in modo tale che la donna che subisce un cancro al seno non solo possa avere la percezione della ghiandola mammaria, ma che nell’osservazione e nella palpazione abbia una immagine più sicura di sé.

 

Da un punto di vista estetico, la ricostruzione plastica del seno non sempre può essere risolutiva. Molto dipende dalla struttura che presenta il muscolo pettorale. E poi ogni paziente ha una sua costituzione fisica e una storia clinica, bisogna tenere anche conto del tipo di tumore, delle malattie pregresse, dello stato generale della paziente, dell’invasione di tessuti e organi e delle terapie mediche a cui deve sottoporsi (ad esempio la radioterapia); in base a tutti questi fattori verrà ricostruita la capsula.

Dopo l’intervento chirurgico ci sarà la scomparsa dell’edema post operatorio, e si deciderà se è il caso de intervenire con la tecnica del TGA in modo tale che, se la paziente presentasse degli avvallamenti, possano essere corretti con la tecnica del lipofilling.

Le possibili complicanze della ricostruzione plastica del seno

Le complicanze che possono insorgere dopo la ricostruzione plastica sono l’incapsulamento e l’asimmetria della protesi mammaria. Nell’incapsulamento della protesi, i fattori che provocano questo fenomeno possono essere:

  • Il tessuto fibroso che avvolge la mammella, la pelle, gli effetti della radioterapia, malattie cutanee pregresse, la elasticità del tessuto e l’aumento di peso
  • La rimanenza del residuo cicatriziale che con il passare del tempo avvolge la capsula, imprigionandola in modo tale che perda la totale o parziale mobilità presentando una consistenza dura e dolente
  • Un’altra causa dell’infiammazione della capsula può essere la presenza di un batterio che può essere presente nello stesso catetere che la paziente porta in sala operatoria e che comporta la rimozione totale dell’impianto (1)

 

La capsula può essere troppo rigida, più alta dell’altra, più grande o più piccola. Quando si presenta un fattore di questo tipo si deve intervenire chirurgicamente per procedere alla rimozione e alla sostituzione dell’impianto protesico mammario.

 

L’aumento di peso può comportare degli effetti negativi sull’asimmetria fra i due seni

Tra le sue strutture, la ghiandola mammaria ha una componente di tessuto adiposo che muta con il passare del tempo sia per il invecchiamento sia per la variazione di peso della paziente, che può perdere elasticità e contribuire alla ptosi (cedimento della mammella). Chiaramente se si dovesse effettuare una mastectomia verrà tolta tutta la struttura mammaria e rimarrà un solco dove poi verrà eseguito l’impianto con capsula e lipofilling.
Il peso corporeo della paziente è molto importante, ingrassare e dimagrire può portare degli effetti negativi sull’asimmetria fra i due seni, se la paziente ha un aumento di peso, aumenterà anche il peso del seno a causa della componente di adipe che circonda la mammella.

Costituzione della ghiandola mammaria da Dominici L., chirurgia plastica della mammella, Piccin Nuova Libraria, Padova,1989

 

L’importanza della fisioterapia precoce post intervento

La fisioterapia precoce può essere un sostegno efficace appena la paziente è in condizione di seguire un trattamento fisico e consiste nel massaggio manuale, linfotaping e ginnastica isometrica e correzione della postura. Il drenaggio linfatico e il linfotaping dopo la ricostruzione non soltanto favoriscono all’eliminazione dell’edema locale al seno ma facilitano anche il movimento della capsula, liberandola dei residui fibrotici che essa può presentare.

La compressione esercitata dai liquidi sull’impianto, quando non vengono eliminati, può creare immobilità all’impianto stesso, causando anche una asimmetria nel seno ricostruito.

In questa fase, oltre che seguire una terapia con dei massaggi circolari, si segue della ginnastica isometrica per il muscolo pettorale e per il gruppo di muscoli dell’articolazione scapolo omerale con la respirazione cercando di spingere il diaframma verso l’addome in modo tale che riprenda elasticità e funzionalità per sostenere la capsula.

 

La fisioterapia: una riabilitazione fisica, ma anche psicologica e comportamentale

Nella fase post intervento chirurgico il coinvolgimento della paziente è molto importante. Tante donne vivono una fase di rifiuto per la perdita del seno e a volte non riescono a toccare la zona ferita, quindi per fisioterapia si intende anche cercare di coinvolgere le pazienti ad eseguire degli automassaggi, così pure fare la ginnastica a casa e favorire l’avanzamento della terapia.

 

L’importanza della corretta alimentazione dopo l’intervento

Educare e informare una donna con un cancro al seno non è un compito facile, ma loro passano molte ore in riabilitazione e il fisioterapista ha il privilegio di interagire con loro ascoltandole e indicando i migliori consigli per il futuro benessere fisico e psichico, tra cui l’educazione alimentare. Non è compito della figura del fisioterapista dare una dieta, ma lo è spiegare i motivi per cui l’aumento o la diminuzione del peso corporeo possono contribuire all’asimmetria o all’incapsulamento della protesi mammaria.

La paziente oncologica, che già vive uno stato emotivo di grande fragilità, è sottoposta a continui mutamenti fisici dal momento dell’intervento e fino alla fine delle cure stabilite dal protocollo medico. Può avere dolori articolari, muscolari e rigonfiamenti delle mani e piedi come del tronco e dell’addome con variazioni di peso e tutti questi fattori aumentano il rischio che l’alimentazione diventi l’ultimo dei suoi pensieri. Eppure la nutrizione funzionale è importantissima, perchè l’assunzione del cibo cambia e modifica ogni cellula dei nostri organi, questo significa che ad ogni pasto possiamo modificare il nostro corpo andando verso la salute o verso la malattia. Tutto dipende da quello che mangiamo (2).

 

Il grasso che si deposita nell’addome si deposita anche nella circonferenza del seno o del solco rimanente dopo l’asportazione della mammella. Se il grasso corporeo aumenta, ci sarà anche un aumento del seno omolaterale e controlaterale. Ma mentre il seno sano ha una mobilità autonoma, il seno con la protesi no, sia per la sua composizione sia per i punti che la fissano alla parete toracica e al muscolo. L’adipe può arrivare a coprire la capsula e avvolgerla, privandola del movimento che ha dentro l’incavo mammario. Quando questo accade, occorre rimuovere l’impianto e scavare ulteriormente nel tessuto adiposo per togliere la placca fibrosa che impedisce il movimento e liberarla. E questo può comportare la formazione di un ulteriore spazio che può determinare una asimmetria aggiuntiva fra i due seni.

L’educazione fisio-psico-oncologica dopo una neoplasia mammaria permette di informare e seguire la paziente in modo globale, così da offrirle un maggior benessere sia a livello igienico sanitario che a livello estetico. La tecnica dell’automassaggio e la rieducazione alimentare possono evitare non pochi disagi alle donne che vivono questa malattia, e molto dipende dalla sensibilità dell’operatore sanitario che ha la responsabilità di seguire la terapia di fare arrivare il concetto di autostima e valorizzazione tramite la cura fisioterapica a tutte le donne che hanno perso una parte così importante di sé.

 

Bibliografia:

1) Modena S. Trattato di senologia, Piccin 2006 (Padova) pag. 647

2) Sara Farnetti, medico internista nutrizionista per la dieta B Funzionale, (Roma 2016)

 

Stella Maris Glowinski

Riabilitazione fisica motoria e linfatica post chirurgia mammella

Tumore al seno: la “comunicoterapia” come strumento di riabilitazione oncologica

Sviluppare una comunicazione empatica tra la paziente oncologica e l’operatore sanitario garantisce maggiori risultati in termini di riabilitazione.

Comunicazione e relazione: anche questo fa parte di una terapia oncologica a 360°.

Gli interventi chirurgici possono apparire simili quando semplicemente definiti come, ad esempio, “intervento di quadrantectomia o mastectomia”. Ma le cose non sono così semplici come sembrano, perché una paziente cui venga diagnosticato un tumore dovrà seguire un protocollo terapeutico-medico-chirurgico sempre personalizzato, così come personalizzata sarà la riabilitazione post chirurgica e personalizzato sarà qualsiasi approccio alle terapie.

 

Intervento chirugico e riabilitazione: ogni storia è a sè

La fisioterapia e tutti i trattamenti complementari non verranno valutati solo tenendo in considerazione se sia stata eseguita una mastectomia o una quadrantectomia, ma andranno valutati anche altri fattori, quali:

  • Il tipo di tumore
  • L’invasione di tessuti e organi
  • L’asportazione dei linfonodi
  • Il tipo d’intervento
  • Lo stato generale della paziente a livello psico-oncologico
  • I valori degli esami ematochimici quali globuli rossi, globuli bianchi e piastrine
  • Le malattie pregresse
  • Le eventuali recidive precedenti o attuali

 

La ncessità di saper gestire le complicanze post operatorie, anche quelle psicologiche

Dopo l’intervento chirurgico la paziente può presentare delle complicanze nell’immediato post operatorio o anche dopo qualche tempo dallo stesso. Può avere degli effetti collaterali in tutte le fasi della cura dal primo intervento, durante le terapie mediche e se si dovesse sostituire l’espansore (un secondo intervento) con la protesi definitiva, così come se si dovesse produrre una rottura della capsula, un incapsulamento della protesi o una recidiva.

Tutte queste problematiche sono solo alcune delle complicanze e degli aspetti psico-fisici cui va incontro la donna che affronta un percorso di cura per una patologia oncologica. Agli effetti collaterali delle terapie si sommano, infatti, cambiamenti nell’aspetto fisico, nella percezione di sé e della propria femminilità, insicurezza e disagi che si riflettono sulla vita sociale e sulla sfera privata della paziente e dei suoi familiari.

Ecco perchè l’interazione fra tutte le figure professionali che ruotano intorno alla paziente (il medico oncologo, il chirurgo estetico, il fisioterapista e lo psicologo) è fondamentale: per delineare il protocollo ideale post intervento chirurgico e lavorare in sicurezza. Il rischio, altrimenti, è quello di creare danni irreparabili se non si è in grado di stabilire quando e come si può agire.

 

L’ansia e la rigidità muscolare: due fattori da allontanare in vista del benessere

Uno dei fattori che permane durante tutto il percorso della malattia è l’ansia che causa una rigidità involontaria dei muscoli e fa sì che la paziente non si rilassi mentre il fisioterapista lavora per migliorare la sua condizione fisica. E chiaro che se una persona non ha una immagine di sé integra, il suo fisico non risponderà alla riabilitazione come dovrebbe.

Nel carcinoma mammario, uno dei muscoli che va trattato per primo è il muscolo pettorale a causa dell’inserimento della protesi o dell’espansore. Nei primi giorni dopo l’intervento la situazione è di tensione alle spalle, dolore e infiammazione. La paziente adotta una postura in avanti e un atteggiamento di chiusura dovuto alla tensione e allo stress post chirurgico dei muscoli, dei nervi che passano dentro l’arco di Langer (cavo ascellare) e dell’articolazione scapolo omerale. Lo stesso succede con i punti di fissaggio interni della capsula, con la cicatrice e con i postumi chirurgici come la posizione dell’arto superiore in estensione durante l’intervento che provocano dolore transitorio.

La paziente oncologica che viene accudita a livello medico e che ha cura della sua immagine durante il percorso riabilitativo, solitamente ha un notevole beneficio dalle terapie sia a livello corporale che emozionale, dovuto alla diminuzione della rigidità muscolare e del sistema nervoso.

Per agire sulla sensibilità somatica nel sistema nervoso abbiamo il sistema per l’algesia che determina il blocco dei segnali dolorifici a livello del midollo spinale e può sopprimere molti riflessi dolorosi grazie alla stimolazione della serotonina e della encefalina. Questo fenomeno spiega il perché un massaggio cutaneo con delle manovre semplici può alleviare il dolore provocando un effetto analgesico e rilassante sulla paziente(1)

 

L’importanza di saper comunicare alla paziente e trasmetterle fiducia e segnali positivi

Oggi, il compito dell’operatore sanitario è anche quello di osservare la persona come un soggetto in modo globale, che ha necessità di sentirsi meno malata e aumentare la sua autostima man mano che continuano le cure. Ecco perché, mentre si esegue la seduta, può essere utile parlare alla paziente anche di bellezza, darle qualche consiglio sul benessere a livello corporeo, su come ad esempio curare l’alimentazione o il suo aspetto estetico.

Una persona che da un giorno all’altro perde i capelli rischia di entrare in depressione, di avere una visione distorta di sé, di essere poco ottimista, sentire rabbia ed essere meno coinvolta nel percorso terapeutico. Se invece la donna si sente più forte e più sicura, la riabilitazione ha un risultato maggiore perché la paziente è proattiva e ricettiva alle cure oncologiche e fisiche che deve affrontare, e dunque migliorano il trattamento muscolare, il drenaggio linfatico e la ripresa psico-fisica.

Ad esempio, le si può parlare di come intervenire con la tecnica di tatuaggio per coprire le cicatrici post operatorie, fattore traumatico che dà un disagio molto forte davanti allo specchio, o come ricostruire areola e capezzolo migliorando l’aspetto visivo del seno. Sempre che non ci siano controindicazioni, o che il medico oncologo non lo ritenga inopportuno, si può proporle lo stesso linfodrenaggio che si impiega per un arto in modo terapeutico, da impiegare su tutto il corpo a livello estetico per ridare sollievo e benessere.

Informare la donna operata al seno di tutta una serie di tecniche complementari fa parte anche della riabilitazione fisica motoria e linfatica. Considerando la strada dolorosa che le pazienti hanno passato o stanno attraversando, e che se vengono da noi è perché si fidano e ci affidano tutte loro stesse, il ruolo dell’operatore sanitario dovrebbe essere proprio quello di restituire loro un benessere psico-fisico a 360°.

 

 

La comunicoterapia e la costruzione di una relazione empatica tra operatore sanitario e paziente

La comunicazione inizia dall’istante in cui la persona decide di affrontare la fisioterapia, dal momento che chiama per prendere un appuntamento e la ascoltiamo per la prima volta. Durante il primo incontro è fondamentale costruire una relazione empatica e, oltre a raccogliere tutte le informazioni indispensabili all’erogazione di un trattamento, osservare cosa ci vuole comunicare anche con i segnali del corpo significa avere un ulteriore elemento per capirla e assecondarla nelle sue aspettative come donna e come paziente.

Poiché la sua vulnerabilità emotiva sarà molto alta, converrà parlare sintonizzandosi sui suoi stessi canali, utilizzando un tono di voce calmo e pacato, incoraggiandola senza essere invadenti, creando un ambiente dove si possa sentire coccolata e al sicuro; qualora abbia la necessità di esprimere la sua rabbia, occorrerà scegliere un argomento che sia di suo interesse e che sia un ricordo piacevole per dissuaderla dalla tensione che oppone resistenza alla terapia; bisognerà cercare di comprenderla nel miglior modo possibile, ascoltare le sue priorità e informarla su tutto quello che oggi abbiamo a disposizione per seguire un ottimo trattamento. Solo così si creerà un ancoraggio fra la donna e l’operatore oncologico e si riuscirà a perseguire la strada verso il suo benessere.

 

 

Quando si prende in cura una persona, si ha un compito molto bello ma anche molto delicato e di grande responsabilità. Prendersi cura di una paziente oncologica è dimenticarci per un momento di “noi” per dedicarci a lei, perché essere presenti sarà un ulteriore regalo che le faremo. Tutto ciò che siamo, che proviamo, che respiriamo, nel nostro lavoro lo trasmettiamo con le mani, con gli occhi e con le parole.

Prendersi cura di un malato significa donare sé stessi e migliorarsi reciprocamente, giorno dopo giorno.

Stella Maris Glowinski

Il percorso psicofisico ed estetico per una donna operata al seno

Tutte le possibili complicanze e gli aspetti psico-fisici cui va incontro una donna operata di tumore al seno e le ipotesi di intervento riabilitativo.

L’estetica oncologica: la donna operata al seno merita di essere accudita e curata in tutti gli aspetti possibili sia a livello psicofisico sia a livello estetico.

Anni fa, quando una donna subiva un intervento al seno, la riabilitazione avveniva solo se si instaurava un linfedema applicando le tecniche di drenaggio linfatico e gli esercizi assistiti di mobilitazione per i dolori scapolari. Oggi invece, una donna reduce da un intervento al seno è considerata sotto tutti i profili (emotivo, fisico, estetico e psicosociale) ma anche livello personale, lavorativo e famigliare, una paziente da riabilitare. L’osservazione della persona che abbiamo davanti ci porta a prendere in considerazione tutte le necessità che le pazienti hanno nei diversi percorsi della malattia, dal momento dell’insorgere della malattia stessa fino alla fine delle cure.

A livello emotivo, la prima domanda che si pone una donna quando viene informata della diagnosi è se perderà i capelli. Così cambia lo stato emotivo, compaiono lo stress, l’ansia e la paura. E’ un continuo domandarsi se dirlo o no ai figli, agli amici, al lavoro. Subentrano i dubbi sulla scelta della parrucca, l’alimentazione, la sessualità e lo stile di vita.

Stella Maris Glowinski

L’importanza della riabilitazione oncologica dopo la chirurgia mammaria

Seguire un protocollo riabilitativo dopo l’operazione di tumore al seno consente non solo di recuperare il movimento dell’arto e la forza, ma aiuta la paziente a liberarsi delle sue paure.

La sinergia tra chirurgo e fisioterapista aiuta ad affrontare il futuro con più sicurezza.

La donna operata al seno attraversa vari stati emotivi dal momento in cui riceve la notizia fino a quando decide la strada da intraprendere per curarsi. Passa attraverso tanti confronti e pareri di persone che hanno avuto il suo stesso problema o qualcuno della sua famiglia.

Arriva ad un contatto medico per definire chi si occuperà della sua malattia.

Affronta la sua prima visita in uno stato emotivo comprensibilmente difficile, con tanta paura per quello che dovrà affrontare e per le conseguenze sia fisiche che psicologiche che incideranno durante le cure.

E soprattutto si chiede se lo specialista e la struttura sanitaria ai quali si è affidata sia la scelta giusta.

 

Come dice il Prof. Umberto Veronesi, il tumore al seno viene asportato dalla parte interessata ma non più dalla mente. Rimarrà un’ombra che inciderà sullo stile di vita per questa donna che, pur in ottime condizioni di salute, viene a sapere dopo aver fatto una mammografia di avere un tumore a volte non più curabile.

La malattia che cambia completamente la sua vita, coinvolge tutta la sua famiglia, gli amici veri, il lavoro, i progetti futuri…

Tristezza, sconforto, debolezze e paure che solo lei dovrà avere la forza di sconfiggere e affrontare in seguito…

Domande alle quali vorrebbe dare risposte positive attraversano la sua mente ma pensa di non farcela…

E, per chi crede, si apre la speranza attraverso la preghiera della guarigione.

“Perché a me? Come faccio adesso? Come lo dico ai miei figli?”

 

Dopo l’intervento, il seno, che per una donna rappresenta la femminilità e la maternità, viene sostituito da una cicatrice che non andrà più via. Il rientro a casa con il braccio operato che non può muovere e il dolore fisico la mette di fronte a questa nuova realtà che richiede aiuto e forza a tutte le persone che le vogliono bene.

 

Oggi per fortuna la medicina oncologica dispone di persone eccezionali che sono i fisioterapisti, che si occupano della riabilitazione oncologica post tumore al seno, i quali con trattamenti settimanali riescono a ridare vigore e linfa al braccio privo dei linfonodi, restituendo alla quasi normalità le sue funzioni. La figura del terapista della riabilitazione non lavora solo con il fisico, ma anche ascoltando e sostenendo la donna operata in modo tale che si possa liberare di tale peso.

La sua presenza diventa importantissima quando, finito il doloroso percorso delle devastanti cure chemioterapiche, la paziente invece di essere serena per non doverle più affrontare, si sente non più protetta e quel senso di abbandono viene colmato efficacemente sia dal punto di vista psicologico che dagli effettivi benefici che la fisioterapista riesce a trasmettere con i suoi trattamenti.

Quando s’interviene nel seno, possono avvenire dei deficit motori nell’arto superiore che bloccano la mobilità e la sensibilità per qualche tempo, il muscolo pettorale al quale viene inserita la protesi diventa pesante e dolente, la cicatrice può formare cheloidi che, senza un lavoro fisioterapico difficilmente regrediscono.

Nel cavo ascellare, se si effettua lo svuotamento si creano delle aderenze che possono arrivare al braccio, avambraccio e mano, provocando dolore e bloccando la estensione e rotazione dell’arto. A volte le pazienti vengono istruite a seguire esercizi a casa quando c’è tale dolore, ma facendoli da sole in modo errato, peggiorano la situazione.

 

Seguire un protocollo riabilitativo:

  • aumenta la sensibilità
  • crea un drenaggio naturale nelle vie linfatiche
  • aiuta a recuperare il movimento dell’arto e la forza
  • elimina le aderenze cicatriziali
  • diminuisce la visibilità della cicatrice in un tempo minore
  • aiuta la paziente a liberarsi emotivamente delle sue paure

 

Molte volte le pazienti operate non sono contente perché hanno un seno più alto e l’altro più basso: non è colpa del chirurgo ma è senz’altro un deficit posturale che la paziente aveva già. Ebbene, tra le altre cose la collaborazione fra chirurgo estetico e terapista fa sì che si possano correggere difetti posturali che possono favorire la simmetria fra seno sano e quello nel quale si è intervenuto. Correggere la postura, togliere le contratture e rinforzare la muscolatura per supportare meglio le protesi è anche questo un compito del terapista, così come drenare le sacche che si possono formare per lo svuotamento ascellare.

 

La figura del medico vede la paziente appena operata, il terapista la vede due o tre volta la settimana, la segue e, se nota qualche imperfezione, informa il medico in tempo, in caso contrario si possono creare delle conseguenze post operatorie che, ora del controllo seguente, possono ormai essere diventate irreversibili. I chirurghi prendono a cuore le loro pazienti e le affidano ai terapisti per seguirle, dando loro le indicazioni e lavorando in sinergia per un recupero in breve tempo e con un maggiore controllo della situazione fisica, evitando un futuro disagio per la donna e, nella peggiore delle ipotesi, un ulteriore intervento.

Oggigiorno si possono:

  • utilizzare delle tecniche particolari come il drenaggio linfatico abbinato al linfo taping che sollecita il muscolo e le vie linfatiche lavorando ventiquattro ore su ventiquattro favorendo più velocemente la eliminazione di liquidi in eccesso
  • recuperare spazi nel tessuto per l’inserimento di protesi
  • potenziare e sostenere i muscoli che sono stati smossi durante l’intervento
  • facilitare la formazione di fibrosi fra la cute e la protesi mammaria

 

Certamente, il chirurgo deve credere alla fisioterapia così come il terapista deve essere competente e aggiornato per seguire tale compito. La collaborazione fra queste due figure purtroppo ancora non è molto diffusa in Italia e sarebbe importante creare una sinergia fra loro per far finalmente sapere alle pazienti che, dopo un intervento così devastante, si può comunque ritrovare benessere, avere meno dolore, riprendere una funzionalità normale dell’arto, una cicatrice meno visibile e una ripresa fisica ed emotiva che può servire ad affrontare la vita con più sicurezza.

Tutto può avvenire e tutto si può fare, dipende dalla nostra volontà e dalla nostra capacità di renderci utili per tutte quelle donne che meritano di sperare ancora.

 


Stella Maris Glowinski